“La storia della nostra terra” è la nuova rubrica su questo portale, una serie di articoli a cura dell’Avvocato Antonio V. Boccia che ci accompagna in un percorso di scoperta storica della Basilicata. Buona lettura!
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Proseguiamo nella narrazione degli eventi che si sono succeduti nella terra di Lucania. Come abbiamo visto, poco si conosce della antica Regio romana: tuttavia, esistevano certamente città importanti come Grumentum, Akeruntia, Venusia, Potentia, Bantia, Anxia, e poi Tegianum, Cosilina, Cyrela, Blanda, ed un’altra nell’area meridionale non identificata con esattezza (probabilmente Nerulum). Inoltre, vi erano ancora le antiche colonie di matrice greca, di cui Metaponto era la più forida, nonché città di remota origine lucana (come Vaglio, Cersosimo, Lagarya, Satriano, e così via).
Anche con l’arrivo al potere dei goti, senz’altro dominatori della Penisola dopo la vicenda di Odoacre -che spodestò l’ultimo imperatore d’occidente- in realtà, possiamo asserire che la situazione lucana non mutò affatto. Essi, ebbero gioco facile a conquistare l’Italia, anche perchè costituivano oramai da tempo la spina dorsale dell’esercito romano: ciò, tuttavia, durò per non più di mezzo secolo, ossia fino allo sbarco dei cosiddetti bizantini, i quali giungevano a loro volta nei nostri lidi nel corso dell’anno 535. Infatti Giustiniano pretendeva di ricomporre l’unità imperiale e, quindi, di riassorbire tutta l’Italia tra i possedimenti dell’unica capitale imperiale rimasta, cioè Costantinopoli (conosciuta, non a caso, come ‘la nuova Roma’).
Gli eventi bellici, purtroppo, furono durissimi, in quanto la resistenza opposta sul suolo italico ai generali Belisario e Narsete fu molto tenace: questo perché i goti erano, come detto, veri e propri soldati romani, così come lo erano le truppe dei rhomaioi di Costantinopoli. Quindi, di fatto, gli eserciti si equivalevano: di qui una lunga fase di stallo, caratterizzata da varie battaglie molto sanguinose e da conseguenti incendi di città. Fatto sta che questo conflitto -conosciuto come la guerra gotica- perdurò per oltre vent’anni e, alla fine, la situazione locale fu tragica anche in Lucania: dal 555 in poi abbiamo un panorama desolante: città devastate o distrutte, spopolamento delle campagne, gente sbandata e, soprattutto, molta povertà, che perdurerà per almeno tre generazioni.
Questa situazione, purtroppo, contribuirà a disgregare l’unità della nostra regione: infatti, pochissimi anni dopo (appena una decina) sopraggiunse una popolazione di remota origine scandinavo-germanica, i longobardi (già stanziati ai confini dell’impero) i quali calarono nella Penisola dal Friuli e, infine, comparvero anche nel Mezzogiorno, dove una volta giunti e consolidatisi, si insediarono a Benevento, trovando ben poca resistenza da parte bizantina.
Essi in tal modo riuscirono gradualmente a conquistare gran parte della Lucania, soprattutto quella settentrionale e poi -gradatamente erodendo altri territori bizantini- tutto il Cilento e la parte centrale della regione, fino a Lagonegro (città che, come si dirà, da loro venne edificata). In pratica attorno al 600 tutta la regio romana, ad esclusione della fascia tirrenica saprese, dell’area sinnica e di quella jonica, cadde in mano longobarda.
Gli storici non riescono a spiegarsi i veri motivi per i quali Costantinopoli non seppe fare adeguatamente fronte alla calata dei ‘barbari’, viste le concrete potenzialità di formare molte armate: in realtà, studi recenti di carattere prettamente scientifico (riportati nel saggio La difesa del Synoro) hanno spiegato che il male endemico dell’epoca, cioè la peste -che provocava pandemie capaci di distruggere interi eserciti- non toccava la gente di stirpe longobarda, poiché nel loro corredo genetico era presente il gene modificato CCR5-delta 32, che di fatto li rendeva immuni alla peste, mentre invece falcidiava le genti mediterranee, compresi ovviamente i soldati bizantini.
Sicchè, dalla fine del sesto secolo fino all’ottavo incluso, abbiamo circa duecento anni di buio completo: perché i nuovi dominatori, purtroppo, non avevano ancora iniziato ad utilizzare la forma letteraria scritta in maniera diffusa, basandosi solo sull’utilizzo dell’orale. In quel contesto, del resto, la cultura non poteva che passare in secondo piano, perché la maggior esigenza era quella primaria di sopravvivere. Di conseguenza andò perduto, purtroppo, gran parte del patrimonio culturale greco-latino: tuttavia, è talvolta possibile supplire ai vuoti, almeno in parte, mediante le fonti archivistico-ecclesiastiche, al fine di tentare di ricostruire qualche spaccato di vita civile dell’alto medio evo lucano (ad esempio, mediante le bolli papali).
Inoltre, per fortuna, è possibile ricorrere anche all’analisi toponomastica e micro-toponomastica, che ci restituisce degli autentici ‘fossili letterari’, i quali a loro volta ci danno la chiave per comprendere chi abbia abitato nei vari siti. Gli antichi nomi dei luoghi, infatti, riconducono con certezza alle stratificazioni storiche che si sono susseguite nel tempo. Proprio quest’ultima metodologia di studio, alquanto innovativa e già applicata alla Lucania meridionale, ha consentito la ricostruzione parziale di una buona parte della storia locale.
In generale, oggi possiamo dire che molti dei centri abitati moderni della nostra regione sorsero grazie ad insediamenti alto medievali, fondati per esigenze di difesa e fortificazione -sia dai longobardi che dai bizantini- tra il settimo ed il decimo secolo. E’ esemplificativo il caso del limes sinnico, che costituì per secoli la frontiera tra territori longobardi (di lingua e rito latino) e territori bizantini (di lingua e rito greco), come vedremo meglio in seguito.
Con questa premessa, prima di entrare nel merito, conviene accennare a un evento storico che ci consente di comprendere con discreta precisione, all’interno della fase storica che stiamo ricostruendo, cosa accadde nei territori di cui ci occupiamo: invero, dobbiamo dire che le gesta e il destino del principe Adelchi, già magnificato da Alessandro Manzoni -la cui vicenda si è svolta prevalentemente tra il nord Italia e Costantinopoli- si sono però conclusi nel Vallo di Diano, ossia in una zona che all’epoca era ancora parte della Lucania-Bruzio e che ne vide l’epilogo (un epilogo che, come vedremo, sarà decisivo soprattutto per i destini degli abitanti della regione, quanto meno per i successivi tre secoli).
Infatti nell’anno 787 si svolse la battaglia campale che decise indirettamente il definitivo smembramento della Lucania vetus. L’imperatrice lrene di Costantinopoli aveva infatti deciso di assecondare i desideri di Adelchi, essendo fortemente interessata a riprendere i territori italici, decisivi per l’impero orientale, in quanto la posizione geografica dell’Italia era decisiva per i traffici mercantili del Mediterraneo. Sbarcò perciò a Portos (l’odierna Sapri) una potente flotta che comprendeva soldati prelevati da tutti i Balcani: si unirono a questi i soldati bizantini delle guarnigioni provenienti da Sicilia e Calabria, che formarono una potentissima armata, il cui scopo finale era la presa di Benevento. Di contro, però, ad attendere le truppe di Irene nel vallo di Diano per sbarrare il passo dell’esercito ‘greco’ non c’erano solo i longobardi, ma anche le milizie franche di Carlo Magno: la battaglia fu cruentissima e vide migliaia di morti. Le milizie che costituivano l’esercito bizantino vennero inaspettatamente sconfitte e, probabilmente, anche lo stesso Adelchi vi trovò la morte.
Da questo scontro così violento che sbaragliò i piani tattici e strategici dei romèi, solo pochissimi bizantini sopravvissuti -pare appena un centinaio di soldati- riuscirono a ritornare sulle navi che li attendevano, ancorate nel golfo di Policastro, dove trovarono rifugio per fare immediato ritorno a Costantinopoli, dove giunse la terribile notizia. La disfatta fu completa e, da allora, quella parte di territorio venne persa dall’impero d’oriente, che vi si riaffaccerà solo attorno all’anno Mille. E’ chiaro, dunque, che questa poco conosciuta battaglia costituisce un autentico spartiacque, per la nostra regione: da qui in avanti, come si vedrà, nasceranno due distinte aree separate tra loro, e poi -più tardi- due ‘giustizierati’ (Melfi nell’area nord e Synoro nell’area sud), i quali solo successivamente verranno riuniti nella nuova entità amministrativa (che in seguito verrà chiamata ‘Basilicata’ dai normanni).
Ma dobbiamo procedere con ordine: dopo la battaglia del Vallo, infatti, i longobardi -che, come si è detto, già avevano conquistato la metà centro-settentrionale della Regio– riuscirono a portarsi ai confini del massiccio del Sirino, fondando tre importanti presidi militari: Caggiano, Sala e Lagonegro, oltre ad una serie di enclavi. Invece i bizantini costituiranno un’enorme quanto insolita ‘trincea’ di carattere difensivo: non una muraglia in senso letterale, quanto piuttosto una sorta di frontiera militare, costituita da una serie di kastellion di kastra e di torri (in collegamento visivo tra loro) con i quali venne blindato l’accesso alla Kalabrìa.
Nasceranno così quasi tutti i centri abitati che, dal Tirreno, seguendo il fiume Sinni, sono posti oggi lungo l’area jonica. Questo antemurale istmico, il Synoro, vedrà due principali centri adibiti a sedi di thurma: i kastella di Tursi e di Lauria, collegati con le rispettive aree portuali (il ‘Policoro’ ed il ‘Policastro’), dove stanziavano costantemente le flotte dei dromoni di Costantinopoli che solcavano il Mediterraneo.
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